figlia di una vestaglia blu
estratto
Ovunque nei paraggi ci stava una vestaglia blu, non solo a Barberino. E come sciami arrivavano puntuali alle otto di mattina. Ci sono quelle che non ci lavorano più da una vita, ma che mia mamma continua a sentire, ancora amiche: la Simonetta di Castiglione e la Franca di Sant’Agata. Ed ho nominato quelle di sempre, quelle che ricordo. Ma ci sono tanti altri nomi, stagionati o freschi, che hanno solo assaggiato quel lavoro poi hanno percorso strade diverse, o altre che sono insieme da sempre. Alcune amiche, altre nemiche. Tutte colleghe di lavoro. Se fosse stata ancora in piedi la Rifle avrei potuto fare una tesi sugli effetti sociali di questa ditta nel paese. Di spunti sicuramente ne avrei avuti. Forse, anzi no, sicuramente, ne sarei stata fin troppo coinvolta, e non va bene per la ricerca sociale, occorre essere scientifici, distaccati. Ho fatto comunque una tesi sui lavoratori. Quelli impegnati nella costruzione del treno ad alta velocità nel Mugello. Volevo capire che rapporti vi erano fra questi lavoratori migranti in forma non stabile e la società locale, intesa come popolazione, istituzioni, luogo costruito storicamente, socialmente e economicamente. Con la mia terra. Un migliaio di lavoratori tutti qua intorno. Un tempo le vestaglie blu sono state anche cinquecento. Cinquecento nomi di donne. Cinquecento operaie in vestaglia blu. Se passavi alle cinque del pomeriggio, al suono della sirena di uscita potevi sentire i loro nomi strisciare verso casa. E nei sabati, come bandiere dai balconi, potevi vedere tante vestaglie blu appese ai fili.








